Trentatré Salvini entrarono in Trento…

Trento è stata una roccaforte “bianca” apparentemente inespugnabile: dal ’48 al ’94 ininterrottamente governata dalla DC, nel seguito da maggioranze a base centrista in coalizioni prevalentemente di centrosinistra. Stabilità, conservazione, moderazione.

Chiunque sia stato in quelle valli sa perfettamente che là c’è il meglio che una pubblica amministrazione possa offrire ai suoi cittadini: qualità della vita stellare, reddito procapite elevato, università all’avanguardia, agevolazioni fiscali, servizi pubblici di livello scandinavo, legalità, sicurezza sociale e sanità al top, occupazione praticamente piena, ambiente invidiabile.

Non c’è una sola ragione logica, quindi, per la quale un trentino debba decidere di cambiare il colore dell’amministrazione che lo governa, ovvero la coalizione autonomista di centrosinistra di cui fa parte anche il PD. Eppure è accaduto, e nel modo più rumoroso: la coalizione di governo si spacca e dimezza i propri voti, la Lega di Salvini doppia il PD crescendo da quasi zero a primo partito e architrave della maggioranza (da 1 a 13 consiglieri oltre il presidente).

A Trento la Lega incassa un voto su quattro. Senza aver mai governato, senza avere particolare radicamento, sull’onda di oltre quattro mesi di governo nazionale non certo edificanti.

Nello stesso tempo il candidato 5s in Trentino mangia la polvere, con poco più del 6% (idem a Bolzano), mentre in Alto Adige un fuoriuscito grillino strapazza il movimento portando a casa sei volte e mezzo i voti del suo candidato ufficiale.

Io credo che dovremmo davvero smetterla di guardare a questi fenomeni con gli occhi della politica. Dovremmo smetterla di considerare Grillo, Salvini, Conte, Toninelli, Di Maio, Fontana, Pillon, Sibilia, la Taverna come qualcosa che ha a che fare con le nostre aspettative sulla gestione della cosa pubblica. Non c’è politologia che possa spiegare la follia e l’irrazionalità dei voti degli ultimi anni, non c’è analisi dei flussi che possa giustificare proporzioni tanto clamorose nei mutamenti del consenso popolare, non c’è Maria Elena Boschi paracadutata a Bolzano a cui possa essere addebitata una débâcle tanto roboante.

Credo che se lo chiedessimo a chi vota non saprebbero neppure spiegarcelo: cosa ti aspetti da Salvini? “Boh, gliela farà vedere lui”. A chi? “Boh”.

Diciamo la verità: non abbiamo la più pallida idea di come contrastare un populismo sovranista montato selvaggiamente, con dinamiche non gestibili da chi lo cavalca e con effetti esorbitanti rispetto alle intenzioni di chi lo sostiene.

Dovremmo allora fermarci tutti e farla almeno finita di beccarci tra noi forsennatamente, come i capponi di Renzo, rinfacciandoci peccati mortali che probabilmente nessuno di noi ha commesso in merito al tracollo dei partiti “tradizionali”, e in particolare di quelli di sinistra. Non c’è personalismo o inadeguatezza o arroganza di Renzi, non c’è perfidia di D’Alema, non c’è testacoda di Fassina che legittimi un voto tanto punitivo per chi in fondo non ha da rimproverarsi molto più che una politica praticata con pervicacia e passione, spesso con decenti risultati.

E mentre ci fermiamo dovremmo riguardare ciò che sta accadendo oggi con le lenti delle scienze umane. Dovremmo chiedere alle migliori università di studiare quei voti e raccontarci attraverso quali linguaggi, quali simboli, quali segnali si renderà possibile domani riconquistare il cuore e la testa degli elettori che ci hanno sbattuto la porta in faccia in modo così brutale. E’ chiaro ormai, a Trento come altrove, che non è questione di contenuti, né di programmi, né di risultati, né di ragioni, né di qualità dei rappresentanti: il voltafaccia degli elettori attiene probabilmente alle parole, all’interazione, all’intangibile, ai gesti attraverso i quali si tesse la trama della relazione sociale tra un partito e il suo elettorato.

Un po’ come davanti all’amante perduta: più ci agitiamo e più la perderemo, più ci colpevolizziamo e meno attraenti risulteremo, più argomentiamo e più sarcastico sarà il ghigno con cui il favore dell’amata ci sarà negato.

Auguriamoci di recuperare presto il bandolo di quella matassa, evitando che il prezioso gomitolo filato con tanta fatica si perda per sempre nell’anomia di un’incomprensione che appare oggi definitiva, assoluta, irrevocabile.

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6 pensieri su “Trentatré Salvini entrarono in Trento…

  1. Condivido, come spesso accade quando leggo i suoi post, la lucida analisi e lo sconforto nel cercare di afferrare i meccanismi che stanno portando il nostro Paese verso questa preoccupante deriva sociale e politica.
    Speravo che la recente Leopolda potesse fornire un quadro e qualche proposta progettuale concreta e fattibile dalla quale ripartire e sono andato a Firenze con la speranza di tornare a Roma con dei “compiti” da fare a casa.
    La delusione è stata piuttosto cocente, sia per un’organizzazione dell’evento piuttosto carente sia per un discutibile parterre, costituito in buona parte da “tifosi”, sia per la scelta degli ospiti (il passare da Baricco a Bonolis la trovo una contaminazione dei tempi che stiamo vivendo).
    Di questi tempi mi sento come il protagonista di un dramma di Beckett, ma nell’aspettare “Godot” sento di aver perso anche quei compagni attraverso i quali ingannavo l’attesa.

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  2. Oh Yoda, com’è tuo costume, tu mi forzi a riflettere. Oh maestro, stavo giusto uscendo con un post sugli errori che non bisogna nascondere sotto il tappeto del sovranismo imperante, e già la mia voce si spegne, e l’inchiostro (elettronico) si secca. Perché tu – com’è anche giusto – hai ragione da vendere. Ma se il nostro prossimo ha la trave piantata nel proprio occhio, non dobbiamo comunque preoccuparci della pagliuzza nel nostro? Altrettanto mi spaventa l’autoassoluzione di una classe dirigente che – evidentemente – qualcosa dovrà pur aver sbagliato, fatto salvo l’altrui diritto di andarsi scientemente a schiantare contro un muro?

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  3. E’ la Propaganda, my dear. La Propaganda sa mandar Cristo in croce e salvare Barabba, portare al governo Hitler e far credere agli operosi trentini di essere invasi dai migranti, avvelenati dai vaccini o derubati da Bruxelles. Va combattuta con le stesse armi e sullo stesso terreno, pena l’estinzione della specie. La Propaganda ha regole note e semplici, fra un po’ la insegneranno a scuola ma gli esponenti del PD non ne conoscono l’esistenza. Renzi compreso, purtroppo.

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    1. Non sono totalmente convinto che combattere con le stesse armi e sullo stesso terreno sia la strada giusta. Hanno preso troppo vantaggio e combattono con “armi chimiche” che noi difficilmente ci azzarderemo a usare.
      Paradossalmente dovremo abbandonare totalmente il loro terreno di gioco preferito, ossia i Social Nework e le televisioni. Me li vedo, senza più nemici da attaccare, iniziare a sbranarsi tra di loro, pur di dare sfogo alle loro fobie e frustrazioni.
      Dobbiamo trovare un altro terreno di gioco, più vicino alle persone fisiche che a quelle virtuali.
      I mille comitati proposti da Renzi alla Leopolda potrebbero essere una buona idea, ma occorre una strategia comunicativa condivisa, una solida organizzazione e una scuola di formazione per chi decide di impegnarsi. Ho visto troppe persone che ritenevo “vicine” virare in direzioni che mai mi sarei aspettato, perchè incapaci di fronteggiare i continui attacchi ricevuti da coloro che si riconoscono nei valori dell’attuale maggioranza governativa.

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  4. Il risultato del Trentino dimostra che l’irrazionalità dell’opinione pubblica è stata ampiamente sottovalutata, in particolare l’avversione nei confronti delle istituzioni e delle politiche europee, che devono affrontare un’aperta e crescente opposizione pubblica, la quale non può essere ignorata a prescindere da quelli che saranno i risultati del prossimo maggio. I partiti europeisti pagano dazio in quanto è opinione diffusa che delegare il potere a personaggi fondamentalmente aggressivi ed autoritari sia l’unico antidoto efficace ad arginare le crescenti diseguaglianze sociali. Stimolare e cavalcare gli aspetti più asociali, irrazionali e disarmonici delle società moderne è maledettamente semplice e altrettanto pericoloso. I luoghi che formano il carattere di una persona sono in prevalenza la famiglia e la scuola. Non a caso istituzioni da lungi in gravi e crescenti difficoltà. Da lì occorrerebbe ripartire per riplasmare e promuovere una nuova coscienza sociale, rimuovere gli ostacoli che si frappongono alla creazione di un ambiente propositivo e socializzante. Dobbiamo quindi ammettere che un governo psicopatico è frutto di un’opinione pubblica ansiosa, una collettività individualista ed asociale. Occorrerà molto, molto tempo, un grande lavoro in profondità per superare questo stadio così incerto nello sviluppo della vita democratica dell’Italia e dell’Europa tutta.

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