Se esistesse ancora il PD

Se esistesse un Partito Democratico degno di questo nome avrebbe ascoltato il grido “unità” che i militanti gli hanno ripetutamente rivolto a Piazza del Popolo.

Se esistesse un partito, e non un coacervo di correnti in lotta tra loro, avrebbe risolto da tempo la successione a Matteo Renzi affidandosi unitariamente a Paolo Gentiloni e pretendendo, su di lui, il pieno appoggio dello stesso Renzi. Che non glielo avrebbe negato.

Se esistesse un partito, e non un’accozzaglia di funzionari preoccupati solo di un futuro senza ditta, si sarebbe compreso lontano un miglio che il governo gialloverde avrebbe vacillato ai primi confronti con la realtà; sarebbe stato evidente che l’intruglio nazionalpopulista somministrato al paese era venefico e come tale sarebbe stato rigettato in tempi brevi; che l’emulsione legastellata è instabile, ribollente, sterile, incapace di produrre alcun concreto risultato; che su questa instabilità Salvini fonderà la sua prossima imminente campagna elettorale, proponendo al paese di liberarsi della zavorra grillina e richiedendo delega piena per “finire il lavoro” cominciato a danno dei più deboli.

Se esistesse un partito, e non un crocchio di comari in polemica su tutto, saprebbe che Salvini andrà a elezioni nel momento migliore per lui, e cioè quando capirà di non avere opposizioni; questa strepitosa opportunità gli sarà servita su un piatto d’argento almeno per tutto il prossimo semestre, che il Partito Democratico consumerà nell’assurdo rito di un congresso senza idee concluso da primarie senza leader.

Salvini potrà decidere di far cadere il governo e andare a elezioni in qualsiasi momento; attenderà di aver logorato fino in fondo un alleato già inconsistente e di aver definitivamente incorporato i rimasugli elettorali che ancora pendono dal cadavere politico di Silvio Berlusconi. Luigi Di Maio gli fungerà da utile idiota, tronfio com’è della sua pochezza politica e personale, almeno quanto inconsapevole della precarietà e volatilità del suo consenso.

Quando Salvini lo riterrà conveniente, e questo avverrà entro i prossimi tre-quattro mesi, il Governo cadrà. Non essendoci alternative politiche né maggioranze da rimpannucciare in Parlamento torneremo a votare, e questo avverrà entro l’estate. Il Partito Democratico si presenterà a questo appuntamento sfibrato da un confronto sul nulla, ripiegato nell’esercizio dell’autocritica infinita, affidato a sottufficiali di carriera sui quali già pare di sentir crepitare il fuoco amico.

Gli elettori del PD in questi mesi saranno lasciati liberi di deprimersi, incazzarsi, litigare tra loro, sfollare in libera uscita dietro chiunque si prenda la briga di proporre alternative sensate. L’unico argomento politico rimasto sul tavolo dei contendenti, la continuità con Renzi, evidenzia come i primi a non aver metabolizzato il suo ritiro sono soprattutto coloro che si candidano a succedergli e che non portano con sé alcuna elaborazione politica autonoma né radicamento popolare.

Questa piccola classe dirigente post-renziana – o antirenziana – ha ucciso il PD. Lo lascia in balia di sé stesso tra le grinfie di Salvini e obbligherà Renzi stesso, e qualche altro cavallo di razza incapace di starsene fermo in scuderia mentre fuori tutti sgambano, a costruire un’alternativa politica fuori dal partito e come tale potenzialmente distruttiva per il campo di centrosinistra. Ma tant’è; in politica il vuoto non esiste e la pretesa di mantenere nel vuoto il primo partito di opposizione non può che spalancare la strada a qualcosa di nuovo. Confidiamo che sia per il meglio.

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4 pensieri su “Se esistesse ancora il PD

  1. che tristezza… ma forse da questa crisi senza vie di uscita può nascere qualcosa di nuovo e, mi auguro, più entusiasmante. Se perdiamo anche la speranza in un futuro diverso e migliore, allora il regno di Mordor trionferà incontrastato.
    Ma così non sarà, ne sono convinto… ci vuole solo la miccia giusta

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  2. La tua analisi mi pare tristemente esatta. Buttare il bambino con l’acqua sporca potrà essere l’unica possibilità, ma darà tutto l’agio a Salvini di fare l’en-plein. In corrispondenza di amorosi sensi con un elettorato che si è felicemente riscoperto tronfio e egoista.

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