Il bivio

Chiunque abbia condiviso davvero, con l’anima e con il cuore, la tormentata avventura del Partito Democratico oggi è in lutto.

Chi abbia dato fiducia sincera al visionario disegno di una sinistra che riesca a saltare il ristretto steccato identitario delle sue parole d’ordine novecentesche, della sua classe dirigente polverosa e autoreferenziale, del suo linguaggio burocratico e distante, costui sta oggi vivendo l’intima sofferenza di essere davanti all’ennesimo bivio; peggio, sa di avere già imboccato a capo chino una delle due strade in cui la via maestra si è biforcata durante il cammino dell’ultimo anno.

I due percorsi lungo i quali ci siamo divisi e avviati sono ancora in vista l’uno dell’altro; possiamo ancora parlarci, gridando magari un po’; comunicare a gesti; sembra quasi di essere ancora in viaggio insieme, ma quelle strade sono a senso unico – non si torna indietro – e divergono ogni giorno di più; a ogni passo vediamo i vecchi compagni di cammino più distanti, più sfocati.

Sappiamo bene dov’era piazzato il bivio: era a Piazza del Popolo, ed eravamo ancora tutti là il 30 settembre 2018. Là si è deciso che le strade dovevano dividersi, e il Partito Democratico con esse. Là si è definitivamente rinunciato alla sintesi pragmatica dell’Ulivo prodiano, e poi alla visione di un partito riformista, progressista e moderno del quale non fosse più possibile distinguere le antiche componenti. Si è preferito  (ma è giusto dire che “i dirigenti” hanno preferito, giacché il popolo non smetteva di gridare “U-ni-tà! U-ni-tà!”) rincantucciarsi ciascuno nel proprio orticello, con l’illusione che questo potesse contribuire a sciogliere ogni nodo strategico e ogni conflitto di potere; o meglio, che quei nodi si sarebbero finalmente affrontati lontano da sguardi indiscreti, tra addetti ai lavori, separati dai sentimenti di popolo e di piazza.

Ciò che in realtà si è fatto il 30 settembre, abbandonando la sfida dell’unità, è uccidere il PD.

In tanti al PD vogliamo ancora bene; in tanti abbiamo ancora in tasca una tessera; in tanti siamo ancora in dubbio se andare a votare a queste indecenti primarie e alla fine ci andremo, mestamente, come si va a un funerale. Usciremo dal gazebo per la prima volta senza orgoglio di partito, e senza alcuna emozione assisteremo per l’ultima volta all’incoronazione di questo o quel segretario. Perché davvero non importa se vincerà Zingaretti, Martina o perfino Giachetti: lo specchio è rotto, e non c’è verso di rimettere i pezzi insieme.

Non importa chi esce e chi resta, non conta chi resta proprietario del marchio.

La meta della mia strada è un nuovo PD, liberale in politica economica, solidale ma riformista in politica sociale, fieramente europeista in politica internazionale, leggero e volontarista nell’organizzazione interna, libero dalla sua classe dirigente, finalmente capace di mettere a nudo la menzogna populista. Chi si metterà alla testa di questo nuovo partito davvero non lo so. Speriamo che sia già nato e che si stia allenando, soprattutto a non ripercorrere gli errori del passato.

I miei ex compagni di strada saranno altrove, impegnati nell’eterno inseguimento della “loro gente” che non c’è più e nell’estenuante ricerca della continuità discontinua con il passato, del socialismo ragionevole, del partito mamma e azienda, della conservazione ad ogni costo di quel patrimonio ideologico che ha salvato il ventesimo secolo e può perdere il ventunesimo.

Può darsi, può veramente darsi che una volta svoltata l’ultima curva e cominciata la salita ci tornerà voglia di sentirci, chiederci come va, magari darci appuntamento da qualche parte, ricominciare a parlarci e intenderci.

Buon viaggio a voi, buon viaggio a noi.

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2 pensieri su “Il bivio

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