L’ora del tamarro

Prendo spunto dall’abominevole vicenda che ha spezzato le gambe al giovane Manuel Bortuzzo per qualche riflessione – politicamente del tutto scorretta – su come l’imbarbarimento culturale dell’Italia ne stia condizionando le sorti. E stia dando vita a nuove categorie sociali capaci di spostare drammaticamente in basso il baricentro del Paese.

Dunque due mezzi boss della periferia romana ammettono di aver sparato a un ragazzo “per sbaglio” – come se questa fosse un’attenuante – , convinti si trattasse di un tanghero loro pari con il quale si erano azzuffati poco prima in qualche localaccio. Il retroterra dei due non si fa mancare nulla della miseria morale dilagante in tanta periferia d’Italia: precedenti penali per rapina, spaccio, porto d’armi abusivo, modelli comportamentali e scenari urbani da Gomorra, vita notturna da bulli da pub con mogli ialuronizzate e figli lattanti a casa. Immancabile l’estetica da curva di stadio, i tatuaggi inneggianti alla violenza, i profili social pieni di quel vuoto che solo l’anomia è capace di creare. Immancabile anche il finale vigliacco: la fuga, il maldestro tentativo di sbarazzarsi delle prove, la mezza confessione, il pianto dirotto in galera sulla propria pochezza.

Ora, i tamarri sono sempre esistiti. Ma è forte la sensazione che quel genere di persona, fino ad oggi relegata ai margini, priva di rispettabilità, non meritevole di rappresentanza, abbia scalato senza fatica i gradini sociali fino a guadagnarsi un posto al sole, a divenire categoria, classe, target per il mercato e ovviamente per la politica.

Venuta meno la riprovazione collettiva, assodata la sua utilizzabilità come consumatore di porcherie ad alto margine, distolto lo sguardo dalle sue pubbliche volgarità per male intepretata esigenza di “lasciar sfogare” la plebaglia tenendola lontana dalla rivoluzione, lasciato libero di socializzare ed esibire la sua ignoranza, ecco che il tamarro si scopre sdoganato, forte, libero di imporre la sua legge nel suo microcosmo e chissà, domani al mondo intero.

Ovvio che a tutto ciò la politica non sia indifferente; men che meno la politica populista. Aggrappata alla fallace equazione volgo = popolo, essa raschia dal fondo della società ogni consenso avulso dal “vero” sentimento di popolo, il quale per definirsi tale dovrebbe essere sempre attraversato da un sentimento comune, da una cultura, da un’appartenenza. Se sostituiamo al popolo la comunità dei tamarri, i cori degli hooligans, la miriade di bulli solitari non accomunati da nulla se non dall’assenza di uno straccio di riferimento culturale (non per loro colpa magari, ma tant’è); se a questo aggregato informe, incapace di concepirsi diverso e migliore, promettiamo tolleranza e perfino cittadinanza magari scambiandole con la loro approvazione, ecco che il cerchio si chiude.

Sto postulando il coinvolgimento dei populisti nei fatti di Acilia? Sì, in qualche modo. Non certo direttamente, e neppure consapevolmente. Non so se i tamarri pistoleri di Acilia abbiano votato, né per chi; ma l’affermazione di modelli leaderistici da “capitano”, l’esibizione della forza quale principale leva di governo, il pugno sul tavolo, le immagini forti, le metafore muscolari, le divise e gli alamari, il disprezzo per il diverso, la denigrazione della cultura, la mortificazione della competenza e del merito, l’apertura all’illegittima difesa, il mirino della giustizia e della repressione puntato lontano, sul falso nemico del migrante e del diverso, tutto questo è il brodo di coltura perfetto per l’affermazione della società del tamarro. Tutto questo fa sembrare l’agghiacciante degrado di certi nostri contesti urbani (che non sono nati con Salvini, né con Di Maio e che sono vergognosa responsabilità collettiva di tutti noi) qualcosa di accettabile, o almeno di accettato, a risarcimento del quale si ammette la devianza, la volgarità, l’illegalità.

Questo, in fondo, è fascismo. Lasciar prosperare i peggiori istinti e le peggiori persone, dar loro un salvacondotto sociale, una divisa, lasciare che diventino popolo e maggioranza, garantire spazio di manovra e riconoscimento in cambio di consenso e potere.

L’inversione di questa rotta sembra un’impresa disperata. Contrapporre cultura a balordaggine tamarra, ripartire dell’istruzione, dai giovani, risanare territori disastrati, recuperare il gusto del bello, ridare voce a chi ha cose da dire; chiarire che esser popolo non significa essere rozzi ma condividere un destino, una meta comune; in definitiva, volersi bene. Rimettere al loro posto i coatti, quelli che non hanno fatto alcuna fatica per imparare, per meritare, quelli che danno il cattivo esempio, quelli che se ne fottono delle regole e quasi sempre gli va bene.

Non so come faremo, davvero non so. Chi ha idee si faccia avanti.

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